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Il respiro dello studio

A cura di Elisa Annovi

Ci siamo occupati dei muri e ora è il momento di esplorare l’aria, come si muove e la qualità che ha negli ambienti in cui viviamo. Gli organi di respiro “naturale” degli edifici sono le aperture nei muri, nelle ossa, le porte e le finestre, sia interne che esterne, ma non solo. La nostra percezione sente anche eventuali sovraluce apribili di porte cieche o altre aperture o passaggi sia verso l’esterno che verso altri spazi interni. Sentiamo la differenza se le porte sono opache o vetrate, e ancora, se i vetri sono opalini o trasparenti.

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Il rapporto tra la dimensione dei muri e la grandezza delle finestre varia a seconda dello stile dell’edificio e ognuno di noi, in base alla costituzione ayurvedica, ha preferenze diverse. 
Chi ha Pitta o Vata predominanti – per mia esperienza buona parte di noi – si troverà assolutamente a disagio in una stanza con finestre troppo grandi, poiché troppo esposti al vento che accresce il fuoco di Pitta a l’aria di Vata. Tutte e tre le costituzioni saranno a disagio in stanze poco finestrate.
La regola di progettazione dice, infatti, di assicurare un rapporto di illuminazione e areazione di 1/8 in ogni ambiente. Questa proporzione è adatta al nostro clima e mette a proprio agio un po’ tutte le costituzioni.
Diventa importante a questo punto, se ci troviamo in presenza di finestre di grandi dimensioni, renderle opaline (ad esempio, si possono utilizzare pellicole adesive o coprirle parzialmente con arredi movibili, almeno per il primo metro da terra in modo che al momento della meditazione seduti o del rilassamento, il corpo non sia disturbato dall’energia sottile dell’elemento aria).

Come nello yoga possiamo imparare a percepire, indirizzare e modificare l’intensità dei vari vāyu (venti), così negli ambienti possiamo imparare a percepirli, riconoscerli, decidere come indirizzarli nell’ambiente e scegliere che intensità dargli per energizzare o calmare in base alle necessità e alle attività da svolgere all’interno di ogni singolo spazio.
Dalla mia esperienza il vāyu (che chiamiamo Prana nello yoga) legato alla respirazione vera e propria, ai polmoni al cuore nella zona del quarto chakra, con movimento dall’esterno verso l’interno (inspirazione), negli ambienti è quello collegato alle aperture che danno verso l’esterno, porte e finestre o altro. Tutte quelle, insomma, che se aperte fanno circolare l’aria riportando all’interno aria fresca e pulita. Se manca la ventilazione dall’esterno o se il luogo non ne assicura una buona di contrasto (finestre o porte posizionate in opposizione tra loro) sarà sempre difficile avere un’energia frizzante nei posti e una sensazione di fresco. Più probabile sarà, invece, la sensazione di energia stantia e aria pesante.

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È molto importante, a questo proposito, guardare subito quando si sceglie una abitazione o uno studio nuovo come sono posizionate le finestre e le porte. Se la porta di ingresso dà su un vano-scala condominiale tecnicamente non porta aria esterna ma se il vano scala ha finestre, aprendole e creando contrasto, potremo ventilare bene.
Avendo sottomano una pianta del luogo di cui ci stiamo occupando, iniziamo a tracciare i flussi del Prana vāyu con un colore blu zaffiro, per collegare le finestre che danno sull’esterno alle altre finestre e alle porte esterne.
Nel farlo ricordiamoci che l’aria non si muove in linea retta ma è un fluido quindi disegniamo forme sinuose e ricordiamoci che come l’acqua anche l’aria fa sempre la strada più comoda.

Se abbiamo possibilità di sperimentare, se il luogo è già a nostra disposizione, possiamo accendere un incenso e seguire il percorso del fumo spostandoci via via nella direzione che ci indica e disegnare in base a questa esperienza il percorso esatto.
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La posizione dell’arredo, la presenza di piante a foglia piccola o grande una porta chiusa o aperta sono gli elementi utilizzabili per modificare, a volte “correggere”, velocizzare o rallentare, i flussi dell’aria negli spazi chiusi.
 Questo è il ragionamento corretto da fare pensando in due direzioni, ovviamente è una semplificazione, poiché i flussi non sono bidirezionali ma volumetrici e in tal senso anche gli oggetti appesi che scendono in parte dal soffitto modificano i flussi.
Dallo yoga abbiamo esperienza che le nostre energie sottili partono dai nostri centri energetici e poi irradiano dal corpo in tutte le direzioni. Lo stesso accade per la percezione che noi abbiamo degli ambienti. L’armonia si ottiene per proporzioni volumetriche, di tutti gli elementi, aria compresa. Quindi, dopo aver valutato in pianta valutiamo questi flussi immaginandoceli nel volume.
Quando il luogo che abbiamo a disposizione non dispone della giusta ventilazione naturale e possibile, si potrà “correggere” la respirazione dell’ambiente con una ventilazione meccanizzata.
Puoi scegliere semplici ventilatori o sistemi di ventilazione meccanica controllata che assicurano ricambi d’aria sempre opportuni anche a finestre chiuse e filtraggio dell’aria in ingresso per abbattere gli eventuali inquinanti esterni. Inoltre, l’impiantistica a servizio della qualità dell’aria indoor è la più svariata sempre più avanzata e sempre più attenta ai temi di salubrità e risparmio energetico. Anche in questo caso non c’è una soluzione unica, ma la soluzione giusta per ogni progetto.
Un altro tipo di vāyu importante nella progettazione del respiro degli ambienti è quello che nello yoga chiamiamo Udàna, quello che stimola negli esseri umani la zona degli occhi/naso/cervello (6° chakra), con direzione ascendente.
Ti è mai capitato, stando in un ambiente con un armadio aperto, di sentire come un richiamo per i tuoi occhi e la tua attenzione verso quel vuoto? Ecco questo e altri stimoli simili per mia esperienza sollecitano il nostro 6° chakra. In base alle attività da svolgere, questo tipo di stimoli sono assolutamente da evitare oppure sono da enfatizzare.
Un’esperienza che tutti noi possiamo fare è quella di entrare in una chiesa con una grande volta centrale e una lanterna finale (che fa entrare luce). Oppure, un edificio con grandi vetrate poste in alto, come il Pantheon a Roma.

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Quel foro centrale nella copertura, così come la volta centrale nelle chiese, hanno il solo scopo richiamare la nostra percezione e la nostra energia a livelli più alti. La luminosità del cielo nella pratica yoga orienta lo spostarsi dalla nostra mente alla mente universale così come proprio Udàna è il vāyu che ci spinge fuori dal corpo a sperimentare il samadhi e ancora prima la meditazione. Laddove si lavorerà sul corpo, gli stimoli verso fori aperti (per un ripostiglio magari chiuso con una tenda leggera o altro) ci disturberanno e andranno evitati con porte interne o ante di armadi opache da tenere sempre ben chiuse. In una stanza di meditazione, invece, un controsoffitto a con altezza centrale maggiore e ribassamento laterale (magari con toni diversi dello stesso colore) così come un lucernario a soffitto, ci aiuteranno ad uscire velocemente dal corpo e a dirigerci verso più livelli elevati di coscienza, con maggiore facilità.
Può essere quindi una buona idea disegnare in rosso questi flussi, per prenderne coscienza, per progettarli, inibirli laddove vogliamo rimanere a terra e favorirli laddove vogliamo meditare con facilità.

Come respirano i luoghi i cui vivi??
Se ti va fa qualche esperimento con il colore blu e quello rosso e fammi sapere!!

Namasté

Per maggiori info: www.elisaannoviarchitetto.com
Facebook: Elisa Annovi Architetto

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