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leggerezza

La leggerezza è una conquista

a cura di Andrea Boni

Una volta, molti anni fa, incontrai Lucio Dalla in un albergo a Merano e passammo qualche ora insieme. La mattina dopo, alla reception, trovai un biglietto che conservo ancora da qualche parte, in cui era scritto di suo pugno: “Viva la leggerezza!”. Con il punto esclamativo.

A ripensarci, credo che quelle parole fossero indirizzate un po’ a me e un po’ a se stesso, una sorta di promemoria su come vivere la vita.

Sapendo di dover scrivere quest’articolo, ho chiesto al mio amico Gianni che cosa significasse per lui la parola leggerezza e la risposta è stata che l’unico momento in cui si accorge davvero di sentirsi leggero è quando riesce a superare la narrazione della propria mente, il sovraffollarsi dei pensieri che lo rendono preda dello scorrere del tempo. Anche per me è lo stesso.

Quando ci s’innamora della meditazione, come è successo a lui (e a me), si inizia a percepire che la dimensione interiore ti chiama a sé durante il giorno e ti porta a ricercare luoghi in cui ritirarti, per qualche minuto, e godere di momenti di intimità.
Lui si nasconde nella sala riunioni dell’ufficio, io per anni ho meditato in posti improbabili, dalle stazioni, alle chiese, nell’abitacolo dell’auto, sdraiato sulla branda militare o chiuso nel mio ufficio di produzione RAI.

In fondo, quando t’inoltri nel silenzio, ti sembra che il cuore possa volare oltre i confini dell’edificio in cui ti trovi, della città, dell’universo intero. Gianni ha scoperto improvvisamente la leggerezza nel respiro sottile, quello che quasi non si muove nel corpo e la vibrazione del mantra che lo guida oltre i limiti di ciò che ha sempre creduto possibile. Così, si domanda come una breve sillaba sussurrata con delicatezza, possa acquisire tanto significato e rispondere in segreto ai suoi bisogni più veri. Si scopre affamato di leggerezza, quella che gli nasce dentro come il sole e che lo porta a sedersi e a chiudere gli occhi ogni giorno.

andrea boni meditazione

Per tutta la vita, credo di aver ricercato il sentimento della leggerezza come s’insegue un obiettivo primario.

Ricordo ancora la libertà che provavo da ragazzo nella poesia e nella lettura dei primi romanzi, al fresco d’estate mentre il resto della famiglia dormiva chiusa in casa. Una leggerezza che passava attraverso il bisogno di solitudine, come una soglia obbligata che dovevo oltrepassare per raggiungere il mondo interiore. Una sorta di stato magico e trasformativo che i poeti, i mistici e gli yogi considerano fondamentale per accedere alla consapevolezza di sé e alla crescita spirituale.
La mia guru ci domandava spesso se stessimo camminando sulla terra con leggerezza e rispetto. Ogni volta che questa domanda mi raggiungeva, avevo l’impressione che lei mi stesse supplicando di onorare la vita in tutte le sue caratteristiche, portando il mio contributo per salvaguardare il benessere di un mondo spezzato, fragile ma anche estremamente prezioso.

Nella Bhagavadgītā, il Signore Kṛṣṇa utilizza l’espressione lokasaṁgraha, con lo stesso significato, quando rammenta ad Arjuna l’importanza della conservazione del mondo da parte degli esseri umani, una sorta di ancora gettata sui fondali di un oceano burrascoso.

Se leggete con attenzione la letteratura vedica, vi accorgerete che essa racconta spesso la battaglia di forze contrapposte.

Le forze primordiali che davano origine e continuavano a sostenere l’esistenza (sat) della vita e, al tempo stesso, quelle che la spingevano irrimediabilmente verso la sua negazione (asat), ossia la morte. In questo conflitto continuo, le forze della vita talvolta prevalevano e altre volte no. La sopraffazione e la sconfitta erano sempre dietro l’angolo, lasciando il mondo sospeso sul baratro dell’incertezza.
Per questa ragione, i poeti visionari del Veda, scelsero di ricercare forme rituali sempre più raffinate, che potessero riportare in equilibrio la confusione del mondo e restaurare l’armonia.

andrea boni leggerezza

Lo stato di leggerezza che spesso viviamo durante o dopo la pratica non è solo una sentinella che ci ricorda la natura divina della realtà, ma è un monito che quello stato va nutrito con tenacia anche nei momenti in cui ci sembra lontano e irraggiungibile.

Sentimenti come felicità, appagamento, coraggio, leggerezza, entusiasmo, non sono regali passeggeri che la vita ci fa e di cui non siamo responsabili. Al contrario, richiedono il nostro impegno di coltivarli ogni giorno, poco alla volta, cambiando progressivamente la prescrizione dei nostri occhiali interiori e lottando per ciò che consideriamo degno della visione che abbiamo ricevuto.

La leggerezza è così una conquista ma anche una responsabilità che va onorata offrendo il nostro contributo onesto a sostegno della vita, specialmente oggi che alcuni temi sociali e ambientali ritornano urgenti all’attenzione del mondo.
È uno strano paradosso: da un lato l’impegno appare come una forza personale e unidirezionale che mettiamo in atto per uno scopo preciso, ma, in realtà, quando è impiegato, esso chiama misteriosamente a raccolta le forze benevole della grazia che sostengono il cambiamento e ci consente di sbloccare nodi o abitudini radicate, forgiando la crescita che ci serve.

Ogni volta che insegno, passo molte ore a preparare il contenuto delle mie lezioni, ma prima di entrare in sala abbandono l’energia di quell’impegno alle grandi forze che sostengono la vita nella sua interezza e cerco di mettermi da parte. Lascio a loro l’articolazione della classe. È ovvio che il binomio fra sforzo personale e apertura alla grazia, richieda un’applicazione sincera da parte nostra che non può essere mai noncurante o indifferente, ma a un certo punto è necessario anche chinare il capo e fare spazio.

Mio padre diceva che una delle qualità che sostiene meglio la sādhana personale è l’entusiasmo, ossia il riconoscimento che la vita ha in serbo grandi segreti che aspettano di essere svelati e, ogni volta che apriamo un petalo, il profumo che ne esce è per noi.

Anche quando il volto che la vita ci mostra è triste o terrorizzante.

Andrea Boni pratica del sorriso
In Anusara® Yoga noi ricerchiamo la stessa leggerezza, affondando con fiducia le fondamenta della postura nel terreno ed estendendo con entusiasmo tutto il resto del corpo. La sicurezza delle radici è una metafora efficace per esprimere la solidità della nostra storia personale, mentre ci proiettiamo nel futuro con passione.

Quella che segue è chiamata la pratica del sorriso e appartiene sia alla tradizione dello yoga sia al Buddhismo e può essere svolta seduti in meditazione oppure durante il giorno a occhi aperti.
Mi auguro che possa sostenervi nella vostra ricerca di leggerezza, dentro e fuori dal corpo.

La pratica del sorriso

Permettete all’immagine di un sorriso di apparire nella vostra mente. Notate come l’idea di un sorriso porti con sé gentilezza, morbidezza, apertura e un senso di naturalezza. Lasciate che quel sorriso riempia la vostra mente e che la sensazione si diffonda anche all’esterno di voi.

Ora immaginate che il sorriso si apra anche nei vostri occhi e sentite la sensazione che provate quando ciò accade. Lasciate che lo spazio fra le sopracciglia si rilassi e la pelle si ammorbidisca, come se gli occhi fluttuassero in una piscina di acqua tiepida. Portate il sorriso alle vostre labbra e lasciate che questo sentimento rilassi la muscolatura delle guance. Lasciate che la mascella sia tranquilla e la lingua riposi contro il palato superiore. Ora percepite che anche gli occhi e le labbra ridono.
Portate questa immagine anche alla gola e notate che cosa accade di conseguenza. E lasciate che il sorriso si apra anche nella zona del petto e del cuore. Non importa quale sentimento stiate provando in questo momento, lasciate che sia accolto dalla gentilezza del vostro sorriso che si diffonde in tutto il corpo.

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