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consapevolezza yoga

Consapevolezza e respiro

a cura di Tite Togni

 

“O Shiva qual è la tua realtà, che cos’è questo Universo senza forma, pieno di meraviglia, da dove viene, dove ha origine oppure non ha origine? Che cosa costituisce il seme? Chi centra la ruota universale? Questa ruota continua a muoversi in un grande mutamento e in questo flusso costante, ma chi fa da mozzo al centro della ruota? Dov’è l’asse, il centro immobile? Che cos’è questa vita al di là della Forma, ma che permea tutte le forme? Come posso penetrarla ed entrare a fondo in essa, al di sopra dello Spazio e del Tempo, al di sopra dei Nomi, delle Descrizioni e dei Connotati?
Liberami e recidi completamente ogni mio dubbio.

Shiva risponde:
“O Radiante, questa esperienza può albeggiare fra due respiri. Dopo che il respiro è entrato dentro, giù, e subito prima che torni su, fuori, ecco il Beneficio. Mentre il respiro si capovolge da giù a su, e di nuovo, mentre il respiro svolta da su a giù, attraverso entrambe queste svolte, e dentro di esse, sii consapevole.
Ovvero, tutte le volte che l’espirazione e l’inspirazione si fondono, in quell’istante, tocca il centro privo e colmo di energia”.

[Vijñānabhairava Tantra]

Stress e tensione

La vita moderna si muove, come mai prima, immersa in un oceano di stress, di ansie e di paure. Quando siamo sopraffatti dalle circostanze, soffochiamo sotto il peso del male di uno stress eccessivo. Tuttavia lo stress ci rende adattabili e come Charles Darwin disse, confermato di recente dalle neuroscienze “non è il più forte che sopravvive, né il più intelligente, ma il più adattabile“. Quei momenti che ci lasciano senza fiato nello sport o in una esperienza artistica naturale e non, sono i momenti che gli psicologi indicano come eustress: stress positivo che favorisce la crescita adattativa.

Il fondatore del concetto di stress psichico, Hans Seyle, sul suo letto di morte disse che avrebbe voluto si usasse un’altra parola, tensione, per distinguere i due stress, lo stress positivo (eustress) da quello negativo.

La tensione, vista come livello eccessivo di stress cui non riusciamo ad adattarci, ci travolge come uno tsunami. Gli psicologi usano la parola distress, Patanjali usava la parola “Dukka” sofferenza.

La sofferenza innescata dalla tensione continua, sottrae il respiro imprigionandolo in una camera ad alta pressione con ripercussioni vulcaniche. L’aspetto paleolitico del sistema nervoso percepisce il disagio come minaccia mortale e si mobilita per combattere o per fuggire. Se non trova un modo per scaricare questo potenziale, ci blocca paralizzato dal sovraccarico.

Questo meccanismo del sistema nervoso, chiamato simpatico, non può distinguere tra una minaccia letale concreta, come una tigre che ti insegue attraverso la tundra preistorica e una minaccia emozionale / simbolica, come una competizione sportiva, uno sforzo improvviso, ma anche il timore di un conto bancario vuoto o di un lavoro perduto. Il sistema nervoso si è evoluto per far fronte alla sopravvivenza di oggi, senza considerare la lunghezza totale della tua vita, né della qualità. Così sottrae il respiro, trasferendolo nella pressione della rabbia o del panico.

Tuttavia, il nostro respiro possiede proprietà quasi magiche in cui entrambi i rami del sistema nervoso si inseriscono: si respira automaticamente, ma al tempo stesso si può anche controllare come si sta respirando.

Inoltre, a seconda di come si carica il programma del respiro dal nostro server (il sistema nervoso) , ciò avrà diretta influenza sull’intero sistema operativo: quindi, se hai bisogno di vitalizzare e suscitare l’azione, puoi respirare in un modo. Se hai bisogno di calmarti, pensare chiaramente e agire con precisione, allora puoi respirare un altro modo. Abbiamo bisogno di metodi diversi per affrontare il disagio, recuperare da esso e sviluppare resistenza nel momento stesso in cui si affronta lo stress negativo, perché se è vero che dobbiamo guarire da qualche trauma, tuttavia nella vita di tutti i giorni dobbiamo anche avere il coraggio di affrontare le difficoltà. Dobbiamo imparare a ritirarci in un luogo sacro e fermarci per recuperare, ma a volte dobbiamo stare fermi in un uragano e farvi fronte.

Quando non possiamo ritirarci, come facciamo? Nello sport sono questi i momenti di sfida con noi stessi.

Tite Togni consapevolezza yoga

Respirazione consapevole e consapevolezza sul respiro

Come si può affrontare con calma una crisi e rispondere con una coscienza superiore, piuttosto che cadere nel panico, ansia, rabbia, frustrazione, dubbio o esitazione?

Le tecniche di respirazione per il rilassamento privo di stress, quelle che esercitiamo durante una sessione di yoga “Pranayama”, differiscono dai metodi per recuperare rapidamente dallo stress cattivo mentre lo si vive e lo si affronta e nello sport queste tecniche vengono allenate nel movimento come simulazioni della vita.

Nel pieno di una crisi, di uno sforzo, di una salita o di una discesa, possiamo recuperare la nostra mente e le nostre emozioni attraverso tecniche di respirazione attiva, non passiva.
E’ di queste tecniche di risposta che abbiamo più che mai bisogno oggi. Se guardiamo come stiamo morendo oggi rispetto a un secolo fa, il nostro killer numero uno in tutto il pianeta non è un proiettile o una bomba, non un virus o un batterio, ma la malattia cardiaca correlata allo stress.

L’angoscia, lo sforzo derivante da essa, corrode la mente, cannibalizza il corpo, crea blocchi che minano l’elasticità intrinseca della struttura.
L’impatto sulla nostra salute potrebbe non essere catastrofico per un certo tempo, ma il suo costo giornaliero non può essere negato.

Questa è la definizione di resilienza, che nello sport è allenata come endurance, capacità di resistere nello sforzo prolungato, perché si recupera rapidamente dallo sforzo.
Ecco perché non solo lo yoga è utile per lo sport, ma lo sport è yoga come movimento disciplinato in cui respiro, posizione e struttura danzano insieme in modo da riuscire a dilatare il presente con la consapevolezza, ossia con la capacità di fermare l’attenzione “nello spazio tra inspiro ed espiro” come recita l’antichissimo verso del Bhairava Tantra.

Cosa vuol dire rimanere senza fiato? Cosa succede e perché? Molte teorie hanno tentato di definire tale processo ma proviamo a partire da questo dato: quando un momento terribile cattura il fiato, come possiamo rapidamente recuperare, ossia recuperare il fiato dal vuoto che lo ha risucchiato?

Consapevolezza nel movimento: movimento dal centro

 

“Il mondo è pieno di movimento; ciò di cui abbiamo bisogno è azione: il movimento con intelligenza” . [BKS Iyengar]

Notate l’ultima parola, la variante che fa la differenza per Iyengar nel movimento: in inglese usa la parola “intelligence” che non è solo acume (cleverness) ma “discernimento” come dal latino “leggo tra le righe” cioè la capacità di “vedere” (viveka yakti in Patanjali ): in una parola consapevolezza.

C’è una consapevolezza cerebrale ma anche una consapevolezza di “pancia”, istintiva (Freud aveva sapientemente distinto l’Ego dal SuperIo, il lato creativo e il lato morale). Già Patanjali (e prima ancora Buddha) aveva capito che il problema della sofferenza sta nell’incapacità di connettere le due sfere e lo yoga viene proposto come un percorso psico-fisico per giungere a integrare (“samyama”). Ovvero connettere (diremmo noi oggi) le sfere d’azione e soprattutto ci liberiamo (“kaivalya”) del meccanismo malato di ragionare per opposizioni.

Yoga citta vritti nirodah”: noi siamo microcosmi esattamente come il macro cosmo là fuori.
Quindi, prima cosa nulla è fermo e secondo punto, ci muoviamo allo stesso modo, in un’onda continua tra contrazione e espansione, flessione ed estensione, inspiro ed espiro, la cui sorgente è nel centro. La fonte della forza che tutti abbiamo, oltre genere ed età, è il core, una zona tanto profonda e generica quanto magica ed essenziale per il movimento, al punto che la medicina occidentale ha trovato essere un vero e proprio sistema nervoso (enterico) o “cervello dell’azione”.
In Cina lo coltivano da millenni (Dan Dien) e in India corrisponde all’ ”Uovo dalle 72000 nadi o canali”, il “Kanda”; in Giappone corrisponde allo “Hara”.

Il concetto è: l’azione efficace e salutare nasce dal centro, gli arti seguono e il diaframma deve essere libero di muoversi.
Questa progressione dello sviluppo del respiro si applica a tutto il movimento, dalla ginnastica a corpo libero, alla pesistica, alla corsa, allo yoga stesso, basti pensare all’accento posto sui “bandha” (o centrali di coazioni muscolari).

Ma come fare ad attivare dei muscoli interni se il principale muscolo vitale, il diaframma, è bloccato o irrigidito dallo stress?
E’ quindi cruciale innanzitutto ripristinare il respiro naturale diaframmatico con movimenti che in molti chiamano “spinali” ma che in realtà sono movimenti attivi dal core, che rimettono in moto la respirazione diaframmatica in un flusso lento che attiva il sistema parasimpatico.

Come? La prossima volta che iniziate una sessione yoga coi Saluti al Sole provate a muovervi più lentamente, iniziando dall’addome prima che dalle braccia o dalle gambe o dagli occhi. Oppure: quando muoverete i prossimi passi, provate a partire portando in avanti l’addome prima del piede.

Potreste trovarvi a correre ma soprattutto sentirete una sensazione di leggerezza oltre che di stabilità sui piedi, perché avete spostato il peso del corpo in avanti anziché scaricarlo sui talloni.

TITE TOGNI è certificata Iyengar dal 2008, Master in Yoga Studies nel 2014 e autrice del volume ‘Yoga per Lo Sport’ per la collana YANI del Corriere della Sera. È un’atleta di montagna dall’infanzia passando dal pattinaggio su ghiaccio alla corsa in quota, lo skyrunning e si prodiga a diffondere la pratica sinergica dello yoga in ambito sportivo con il suo progetto www.yogaxrunners.com su Facebook, Instagram e YouTube.

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